Versioni 1,2,3 pag: 53-54

Written by cthebest on set 15 2009

n 1, pag 53;
Senatus metu perculsus ad speculandos actus Hannibalis legatum in Africam Cn. Servilium mittit eique praecipit, ut eum per aemulos eius interficeret metuque tandem populum Romanum liberaret. Sed res Hannibalem non diu latuit, virum ad vitanda pericula paratum . Igitur cum tota die in oculis principum legatique Romani in foro ostendisset, ut eos fugam suam celaret, ad propinquante vespere, equum conscendit, et rus suburbanum propter litus maris contendit. Habebat ibi navem cum remigibus in occulto sinu litoris absconditam et magnam pecuniam praeparatam. Lecta igitur servorum manu navem conscendit rursumque ad Antiochum dirigit. Postero die civitas principem suum in foro expectabat. Ut eum profectum esse cognoverunt, omnes trepidavere exitiosamque sibi fugam eius ominati sunt. Legatus Romanus, quasi iam bellum inlatum Italiae ab Hannibale esset, tacitus Romam regreditur trepidumque nuntium refert. Hannibal interea ad Antiochum confugerat, sed cum ab Antiocho Romani inter ceteras condiciones pacis dedicionem eius deposcerent, admonitus a rege, Cretam defertur et ad Prusiam contendit. Quae ubi Romam nuntiata sunt, missi a senatu legati sunt, qui Hannibalem deposcerent. Sed Hannibal, re cognita, sumpto veneno, morte Romanorum manus effugit.

Il Senato, spinto dalla paura, mandò in Africa per spiare le azioni di Annibale il luogotenente Cn. Servilio affinchè lo uccidesse attraverso i suoi emuli e liberasse il popolo romano dalla paura. Ma la cosa non restò nascosta a lungo ad Annibale, uomo preparato a evitare i pericoli. Dunque essendosi mostrato durante il giorno al cospetto dei capi e del luogotenente romano, per celare loro la sua fuga, sul far della sera, salì a cavallo, e si diresse nella zona del suburbio vicino il lido del mare. Lì aveva una nave con remeggi nascosta nell’insenatura del mare e pronta una grande quantità di denaro. E così scelta la schiera di servi si imbarcò e si diresse di nuovo da Antioco. Il giorno dopo la città aspettava il suo capo nel foro. Appena seppero che quello era partito, tutti si affannarono e presagirono che la sua fuga sarebbe stata dannosa a loro. Il luogotenente romano, come se la guerra fosse stata portata da Annibale in Italia, tornò a Roma e riportò l’affannosa notizia. Intanto Annibale si era rifugiato presso Antioco, ma da Antioco i Romani chiedendo tra le altre condizioni di pace la sua resa, ammonito il re, viene consegnata Creta e si diresse in Prussia. Tali cose vennero annunciate a Roma, vennero mandati luogoteneti dal senato, per chiedere Annibale. Ma Annibale, saputa la cosa, assunto del veleno, sfuggì la mano dei romani con la morte.

n 2, pag: 53;
In hoc ita flectendi sumus, ut omnia vulgi vitia non invisa nobis, sed ridicula uideantur, et Democritum nos iuvet potius quam Heraclitum: hic enim, quotiens in publicum processerat, flebat, ille ridebat; huic omnia quae agimus miseriae, illi ineptiae uidebantur. Eleuanda ergo omnia et facili animo ferenda sunt: humanius est deridere uitam quam deplorare, humanum quoque genus melius adiuvat qui ridet illud quam qui luget: ille aliquid sperat, hic autem stulte deflet quae corrigi posse desperat. Satius autem est publicos mores et humana uitia placide accipere nec ea ridere nec nimis flere: nam aliena mala dolere aeterna miseria est, alienis malis gaudere uoluptas inhumana. In suis quoque oportet sapientem ita se gerere ut dolori tantum det quantum natura poscit, non quantum consuetudo. Plerique enim lacrimas fundunt ut ostendant, et totiens siccos oculos habent, quotiens spectator defuit, turpe iudicantes non flere quae omnes fleant. Etiam res simplicissima, dolor, venit in simulationem

In questa cosa (in ciò) dobbiamo essere persuasi in modo che tutti i vizi del popolo ci sembrino non odiosi, ma ridicoli, e che a noi sia più gradito Democrito che Eraclito: infatti questo, ogni volta che si mostrava in pubblico, piangeva, quello rideva; a questo tutte le cose che noi facciamo sembravano miserie, a quello sciocchezze. Perciò dobbiamo alleviare e sopportare ogni cosa con animo sereno: è più umano deridere la vita che , e perciò è più utile al genere umano colui che lo deride piuttosto che colui che lo piange: quello spera in qualche cosa, questo invece stoltamente si lamenta delle cose che dispera che possano essere corrette. Infatti è sufficiente accettare tranquillamente i costumi pubblici e i vizi umani e non deriderli né troppo : infatti dispiacersi dei dolori altrui è un’eterna angoscia, godere dei mali altrui è una gioia inumana. Anche nelle proprie disgrazie è necessario che il saggio si comporti in modo tale da concedere al dolore quanto la natura richiede, non quanto la consuetudine. Infatti i più piangono per far vedere, e tutte le volte che manca lo spettatore hanno gli occhi asciutti, ritenendo turpe non ciò che tutti piangono. Anche la cosa più semplice, il dolore, viene finto.

n 3, pag: 54;
Me interrogas: “Hodie quid egisti?” Respondeo:”Sponsalia aut nuptias frequentavi, ille me ad signandum testamentum rogavit, ille in advocationem, ille in consilium”. Eadem quae cotidie facis inania videntur, multo magis si secesseris. Tunc etiam subit recordatio:”Quot dies frigidis rebus absumpsi!”. Quod evenit mihi postquam in laurentino meo aut lego aliquid, aut scribo. nihil me audisse, nihil dixisse paenitet. nulla spe, nullo timore sollicitor, nullis rumoribus inquietor. mecum tantum et cum libellis loquor. o rectam sinceramque vitam!o dulce otium honestumque, ac paene omni negotio pulchrius!o mare, o litus!quam multa invenitis, quam multa dictatis!proinde tu quoque strepitum istum inanemque discursum et ineptos labores relinque, teque studiis vel otio trade. satius est otiosum esse quam nihil agere”.

Mi chiedi: “Cosa hai fatto oggi?” Rispondo: “Ho partecipato a sposali o nozze: uno mi ha chiesto per firmare il testamento, per una convocazione, per un’assemblea”. Le stesse cose che fai ogni giorno sembrano vane, molto di più se te ne sarai andato. Allora subentra anche il ricordo: “Quanti giorni ho perso in cose fredde!”. Ciò mi accade dopo che nella mia villa di Laurento leggo o scrivo qualcosa. Mi pento di non aver osato nulla, di non aver detto nulla. Non sono spinto da nessuna speranza, nessun timore, non mi preoccupo di alcune voci. Parlo soltanto con me stesso e con i libri. O vita retta e autentica! O ozio piacevole e onesto e quasi più bello di ogni attività! O mare, o spiaggia! Quante cose trovate, quante cose dite….! Anche tu lascia questa corsa agitata e vana e le fatiche inette, e affidati agli studi o all’ozio (letterario). Serve di più essere ozioso che non fare nulla”.

Ecco tutto! a breve gli esercizi 1,2,3,4…


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